Pierced Steel Planking: i cancelli della guerra
 

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I ragazzi di Venosa e gli aviatori

 

 (Ricordi di Nina Fioretti, Rino Savino, Teresa Lotumolo, Antonio Preite, Joe Rippinger)

Chi sono i bambini nella foto?
Una e-mail di Mr. Terry Boettcher ci indica il sito del 456th BG, di base al campo di Stornara (http://www.456thbombgroup.org) dove compaiono foto di un giovane aviatore del 485th BG, Harold "Red" Kempffer (che, naturalmente, è amico di Mr. Jerry  Whiting, come apprendiamo pochi giorni dopo) con immagini scattate a Venosa: anziani, bambini, uomini al lavoro nella ritrovata e ancora fragile normalità dell'immediato dopoguerra. 
Ragazzini affamati e vestiti di stracci: brillante risultato della guerra di Mussolini.
... e dov'è la foto di Nina?
A proposito di queste foto... 
La signora Nina Fioretti è di Venosa. Nel 1944 era una bambina, e ricorda con commozione che un americano volle farsi una foto con lei: le ricordava moltissimo sua figlia. Nina non vide mai la foto, che restò un bel ricordo impresso nella sua mente, tra i tanti e ben più drammatici di quel periodo tormentato, soprattutto prima dell'arrivo degli Alleati. 
I tedeschi giravano nel paese per requisire automezzi, e chiesero l'autovettura del padre per l'indomani. Di notte suo padre smontò l'auto, nascondendone i vari pezzi, per non farla trovare ai tedeschi. L'indomani il gruppetto di tedeschi non tornò: erano stati mitragliati da un aereo. Altri ricordi impressionanti per una bambina di allora: l'aereo tedesco caduto tra Venosa e Lavello, i fatti della vicina Rionero, dove tedeschi e fascisti fucilarono civili inermi. 
Quando troviamo sul sito del 456th  l'immagine di una bambina fotografata a Venosa, con degli strani occhiali da sole, pensiamo subito che si tratti di Nina Fioretti: ma non è la sua foto. 
Lei ricorda che la foto la ritraeva con l'americano vicino a lei: l'aviatore, che era più alto, si era abbassato. 
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Mr. Jerry Whiting ci manda la foto di un aviatore vicino ad una bambina, che corrisponde alla foto che cerchiamo; è una delle sue immagini preferite. Guardiamo meravigliati la foto: è una immagine bellissima. La bambina è vestita con una camicia militare americana , ancora con i gradi; nella cintura ha infilato il berretto dell'aviatore che le sta accanto amichevolmente, come un padre o un fratello maggiore. L'aviatore, B. W. Nawman, faceva parte dell'equipaggio del padre di Jerry, Wayne B. Whiting. Tuttavia, neppure questa è la foto che ricorda Nina. Cercheremo ancora. 
Jerry, intanto, ci ha mandato altre foto. Toh, chi si rivede: compare un'altra volta la bambina con gli occhiali da sole, insieme a diversi monelli.
 
     
La bambina degli occhiali da sole e "scarpe larghe" (da: Jerry Whiting - foto 485th BG)
 
Nina non ha riconosciuto se stessa nella foto con l'aviatore, ma in un'altra foto ha riconosciuto suo fratello, Vincenzo Fioretti!  
Vincenzo, con la camicia bianca, è uno dei ragazzi nel gruppo vicino la statua, dove qualcuno beve da una grossa bottiglia (forse latte; la gente ricorda che gli aviatori regalavano spesso il latte in polvere). Nina ricorda: una volta Vincenzo chiese ad un'altra sorella di cucire le due lettere "MP" su una striscia di tessuto, per imitare certi soldati americani. Poi si aggiustò la striscia sul braccio e uscì a giocare con i suoi amici. Immediatamente fu "arrestato" da un vero MP (Polizia Militare), che davvero pensava che il ragazzo avesse rubato la fascia; la madre di Vincenzo dovette rassicurare l'americano che non era una fascia originale rubata, ma solo una copia. 
Nessuna seria accusa contro il ragazzo, ma l'MP disse alla famiglia: in ogni caso, ciò era assolutamente proibito.  
Vincenzo, il fratello di Nina, morì in un incidente nel 1987.
E così la signora Nina ha visto ancora suo fratello da giovane: una piccola, piacevole emozione...  Nina, con i suoi parenti, ha riconosciuto un'altra persona nota (a destra in basso) ancora vivente: il signor Rocco Modello, chiamato anche in dialetto venosino "Z' Rucc"  (zio Rocco).  
 
B.W. Nawman e la bambina (da: Jerry Whiting - foto 485th BG)
 
 
Ragazzi a Piazza Castello, davanti alla statua di De Luca
(da: Jerry Whiting - foto 485th BG)

 

 
Storia di "Dyn" 
Casualmente, guardando le foto e parlando con la gente, affiorano altre storie. Non tutte sono collegate alla base aerea di Venosa, anzi: si capisce che molta gente lavorò anche presso gli altri campi di aviazione americani: San Severo, Foggia, Pantanella... 
Rino Savino racconta una storia capitata a suo padre.
 
"Mio padre Dino Savino, andò presso la base aerea di San Severo; aveva circa 12 o 13 anni. Lavorò presso la base, presso la mensa ufficiali; più tardi gli assegnarono una tenda e un letto da campo. Il giovane assistente cuoco si meravigliava che gli americani non mangiassero un mucchio di cibo: spesso avevano polli, ed egli doveva eliminare i colli e le zampe, per gettarle via. Gettarle? Che strano spreco! Con tutta la fame della gente, egli chiese queste cose in regalo... 
In breve, tutti gli americani lo conoscevano. Tutti lo trattavano bene, proprio come dei padri o fratelli più grandi, anche se nessuno era capace di pronunciare correttamente il suo nome; lui si chiamava Dino, ma tutti lo chiamavano "Dyn". 
Talvolta Dyn osservava dei posti vuoti nella mensa; il posto di uno di quei suoi amici più grandi, che lui conosceva bene. 
Quando accadeva, Dyn piangeva disperatamente, perché ben presto aveva imparato: un posto vuoto, un uomo non tornato da una missione. Non ci poteva credere! Allora, i compagni delle persone che non erano tornate lo prendevano a parte, con tatto, confortandolo e spiegandogli il destino della guerra
Infine, venne il giorno in cui gli aviatori tornarono a casa. Tutto avvenne in fretta, l'intero aeroporto fu smobilitato velocemente. Gli amici americani di Dyn avevano da pensare qualcosa per lui, così gli prepararono un trattamento particolare: qualche piccolo brindisi. 
Era la prima volta nella vita che Dyn si ubriacava, bevendo con gli aviatori. Ben presto fu ubriaco fradicio, perché non era assolutamente abituato all'alcool, e molto intontito, in tutto il caos dell'imminente partenza. 
Il giorno dopo, all'alba, il ragazzo si svegliò nel mezzo della base, dove aveva dormito sulla sua branda militare.
Aveva un pesante mal di testa: intorno a lui, la sua tenda era stata smontata e portata via. Tutti i suoi amici erano spariti senza salutarlo, e lentamente Dyn capì. Gli americani avevano voluto evitare un triste addio, con il ragazzino che piangeva l'ultima volta che stavano tutti insieme.
Ora il ragazzo era assolutamente solo. Solo. 
Non più aeroplani e aviatori, non più la frenetica attività del giorno prima. L'aeroporto, ormai deserto e tranquillo, era stato per sempre abbandonato."  
"Scarpe rotte" (da: Jerry Whiting - foto 485th BG)
 
Il Col. Walter E. Arnold alla base di Venosa, poco tempo prima dell'abbattimento del suo aereo. Chi è il ragazzo dietro di lui?
(da: Jerry Whiting - foto 485th BG)
Paracadute
Anche Teresa Lotumolo ricorda che suo nonno materno, Rocco Silano, era chiamato dagli amici "Rocco il Reporter" perché gli piaceva leggere libri e giornali, e parlarne con la famiglia e i vicini la sera, davanti al caminetto. Lavorava per la base di Venosa: raccoglieva il vestiario degli aviatori e lo affidava alle donne del paese, che lo lavavano nei lavatoi pubblici, poi lo riportava alla base. Talvolta spariva qualche indumento, perché le donne facevano confusione o un ragazzino lo rubava alla fontana: in tal caso, avveniva un gran subbuglio in paese. 
Teresa ha anche altre storie da raccontare.
 
"Mio nonno paterno Antonio Lotumolo mandò due dei suoi giovani figli a lavorare con gli americani. Mio zio Luigi era alla base aerea di Foggia. Una volta, lui coinvolse suo padre in una strana avventura. Zio Luigi mandò a dire a suo padre: "Fatti trovare fuori dalla recinzione della base di Foggia, esattamente in quel tale luogo, a quella certa ora della notte, e aspetta". Prendendo un carretto guidato da un mulo, con un suo amico, mio nonno raggiunse Foggia... All'ora stabilita, nel posto concordato, qualcuno al di là della recinzione, nella base, lanciò fuori due pacchi. Due paracadute! All'epoca, i paracadute erano oggetti molto graditi, e molti magazzinieri militari facevano un commercio lucroso vendendo o scambiandoli. La famiglia di mio padre ( 7 figli...) poteva adesso ricavarne vestiti per tutti...
 
 
Quando gli aviatori non tornavano...
Teresa Lotumolo racconta ancora:
 
Anche mio padre, Tommaso Lotumolo, quando aveva 13 anni lavorò alla base aerea di Pantanella, assegnato alle cucine del campo. Lui doveva aprire montagne di scatole di latta: una volta si ferì malamente la mano con un taglio profondo, di cui conserva ancora la cicatrice. C'era un altro lavoro per i ragazzi italiani nel campo, un lavoro triste. Qualche volta gli americani gli davano degli indumenti, non in regalo o per lavarli, ma per bruciarli. 
Un mucchio di indumenti. Dapprima i ragazzi chiedevano se potevano prendere qualcosa per le loro famiglie, ma in questi casi gli americani, sbrigativamente, rispondevano di no. Il rogo degli indumenti poteva avvenire quando un aereo, dopo una lunga attesa, non tornava alla base. In questo caso, se i vestiti dell'equipaggio erano bruciati.. quegli aviatori non sarebbero tornati a casa".
Nota: Jerry Whiting mi riferisce che è la prima volta che sente parlare di questa prassi. Solitamente, se un aereo non tornava le tende del suo equipaggio erano sottoposte a sorveglianza; in caso di abbattimento, i beni personali erano inviati alle famiglie, non bruciati.
Donne e ragazzi alla fontana (da: Jerry Whiting - foto 485th BG)
 
Bambini per strada (da: Jerry Whiting - foto 485th BG)
 
Il sole di Antonio Preite  
Jerry Whiting chiede se a Venosa qualcuno ricorda qualcosa circa di spie o sabotaggi avvenuti alla base. Chiediamo ad Antonio Preite, all'epoca un ragazzo, se sa qualcosa, ma lui non dà molta importanza alla domanda. Non ha mai sentito nulla di simile, e ritiene che la cosa sia marginale. Insistendo a chiedere, lui risponde semplicemente e concretamente.
"Spie..."  mormora Antonio, rimuginando sulla domanda, che secondo lui è assurda, e immediatamente dice: "Impossibile. Quando gli americani vennero a Venosa... NOI ABBIAMO VISTO IL SOLE!" Poi  parla delle condizioni di vita del tempo: la guerra che aveva rapito gli uomini, impoverendo oltremodo tutte le famiglie già povere, la fame, l'antica arretratezza, le donne con i fazzolettoni neri che nascondevano i capelli, come le arabe...  e ci offre un piccolo esempio. Lui aveva un carrettino di gelati; ogni volta che un aviatore arrivava a Piazza Castello, pagava allegramente gelati per tutta l'urlante, querula ed esultante banda di bambini che gli si faceva intorno... 
 
Ognuno di noi ha ascoltato storie simili un infinito numero di volte, da padri e nonni. Nessuno, all'epoca, poteva pensare di fare la spia a favore dei dannati nazisti e fascisti, questi ultimi spariti come topi paurosi all'arrivo degli Alleati; inoltre era impossibile comunicare con i tedeschi al nord Italia. Antonio Preite, ad ogni modo, ha sintetizzato splendidamente la questione: "gli americani avevano portato il sole". Che altro? Nessuno può regredire verso le tenebre.
Aviatori e ragazzi (da: Jerry Whiting - foto 485th BG)
Il ragazzo del mandolino
Oltre alle foto, anche molti ricordi dei ragazzi di Venosa vengono dall'America. Jerry Whiting mi scrive che Joe "Rip" Rippinger, un pilota che fu per gli ultimi cinque mesi della guerra in Italia, di recente gli ha mandato una foto fatta a Venosa, con un mandolino. 
 
"C'era un ragazzo italiano che regolarmente andava a trovare Joe al campo. Il ragazzo aveva un mandolino e riordinava la tenda per i suoi occupanti. Joe non ricorda il suo nome, che intanto aveva imparato un poco di inglese. Quando la guerra finì, il ragazzo andò alla tenda e disse qualcosa come: "Hey lieutenant, me hear radio speak and say possible war finish" (Hey, tenente, me sente radio parla e dice possibile guerra finita). Probabilmente è impossibile identificare il ragazzo, ma ecco la sua foto".
Il ragazzo del mandolino (da: Joe "Rip" Rippinger - foto 485th BG)
Bambini che giocano (da: Jerry Whiting - foto 485th BG)

 

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